raggi verdi

L’avocado sostenibile

Avocado Lovers

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Saporito, burroso e antiossidante, sta diventando un’abitudine salutare per molte persone: ma l’avocado può essere anche sostenibile?

La risposta breve è: sicuramente sì!

Ma dobbiamo fare un passo indietro per capire perché alcuni avocado sono sostenibili, e altri no.

L’avocado sostenibile di Bravocado

Bravocado rappresenta i produttori nei confronti dei consumatori, e viceversa.

Crediamo in modelli sostenibili di agricoltura, distribuzione e vendita, che siano fonte di valore per le persone e il territorio.

La coltivazione dell’avocado avviene nel rispetto delle persone e del territorio, con un uso responsabile delle risorse – soprattutto idriche – e con tecniche alleate dell’ambiente e della biodiversità.

Nelle nostre coltivazioni – di piccole dimensioni e non intensive – le piante adulte non ricevono acqua e sono completamente autosufficienti; mentre quelle più giovane vengono irrigate per sole due ore a settimana nei mesi più caldi.

Crediamo nella biodiversità: per questo le piante di avocado nelle nostre piantagioni crescono insieme a quelle tradizionali del territorio.

Inoltre la coltivazione dell’avocado in Italia consente di abbattere l’impatto ambientale del trasporto.

Perché non tutti gli avocado sono sostenibili?

Quello coltivato in America Latina, ad esempio, fa molta strada per arrivare sulla nostra tavola.

E la distanza non è l’unico inconveniente: il successo dell’avocado sta spingendo i paesi latinoamericani a sviluppare coltivazioni intensive, causando danni sociali ed ecologici per i territori coinvolti.

L’avocado e il problema dell’acqua

Per capire se l’avocado sudamericano sia sostenibile possiamo cominciare osservando la provincia di Petorca, a nord di Santiago del Cile.

Qui si trovano piantagioni della varietà hass a perdita d’occhio, controllate da grandi aziende poco attente al costo idrico della produzione e alla perdita di biodiversità.

Su una terra brulla per natura, le compagnie agricole distruggono la fauna e la flora locali seminando enormi piantagioni di avocado.

Per un chilo di frutti servono circa duemila litri d’acqua, così tutte le riserve idriche della zona vengono dedicate alla coltivazione intensiva, spesso con metodi illeciti.

Intendiamoci, l’avocado non è certo ai livelli della filiera della carne quanto a consumo idrico, ma è una pianta che ha bisogno di rimanere molto idratata.

Gli abitanti della regione che non beneficiano di questo commercio devono fare i conti con siccità costante e acqua scadente.

Molti decidono di cambiare vita e trasferirsi altrove, mentre chi rimane e protesta riceve minacce dalle famiglie che controllano il mercato.

Povero terreno: pesticidi e deforestazione 

L’arricchimento degli imprenditori corrisponde all’impoverimento del terreno.

La coltivazione intensiva di avocado non è sostenibile, e ha conseguenze spiacevoli.

Se la flora locale è in grado di conservare acqua e carbonio a sufficienza per mantenere la terra ricca e fertile, la monocoltura intensiva invece la impoverisce e la rende vulnerabile. 

Per poter massimizzare il profitto si ricorre a deforestazione sistematica e affollamento delle piante. Questo si accompagna all’uso di pesticidi e fertilizzanti di bassa qualità – con dosi ben superiori a quelle consentite in Europa.

Il Lorsban può causare danni cerebrali durante l’infanzia, mettendo a rischio le comunità locali. L’uniconazolo è un ormone che rende le piante basse e i frutti grossi. L’Urea rischia di inquinare le falde acquifere con ammoniaca.

Secondo uno studio del 2012, nel decennio 2000-2010 le esportazioni di avocado sono decuplicate, costando ben 690 ettari l’anno alle foreste di molti paesi latinoamericani.

Il risultato è un terreno che, una volta terminata la bolla speculativa, rimane devastato e povero, privo della capacità di ospitare colture diverse e variegate.

Un ottimo esempio di questi effetti si ha in Messico, dove la deforestazione del Michoacán priva le farfalle monarca del loro habitat naturale di migrazione. 

Il viaggio dell’avocado

I danni della produzione di avocado non si fermano qui: per soddisfare la richiesta occidentale, i frutti vengono trasportati per decine di migliaia di chilometri.

Approdano in Spagna e nei paesi Bassi prima di essere distribuiti in tutta Europa. Dopo un viaggio refrigerato a cinque gradi, completano la maturazione in celle riscaldate con gas speciali.

Sembrano appena raccolti, ma è un mese che vanno a spasso per il mondo!

L’inquinamento atmosferico è quindi considerevole e rende le grandi proprietà del frutto un beneficio solo per i consumatori finali.

L’avocado è efficiente?

Un albero adulto è in grado di produrre circa 100 avocado all’anno, con un costo unitario che si aggira attorno al dollaro, a seconda della stagione. 

Si tratta di un rendimento che non soddisfa la grande richiesta mondiale, quindi sono necessari degli espedienti.

Per aumentare la produzione e massimizzare i profitti, alcuni agricoltori ricorrono alle colture intensive di cui abbiamo parlato, facendo uso di pesticidi e fertilizzanti talvolta discutibili.

Questo ovviamente ha conseguenze di lungo termine sulla società e sulla natura. Si tratta tuttavia di un mercato che, solo in Messico, vale più di 800 milioni di dollari e genera lavoro per moltissime persone. Pensare di fermare tutto è difficile.

Un altro avocado è possibile

Per tutte queste ragioni, molte persone hanno smesso di mangiare avocado.

Per fortuna, da oggi possiamo fare qualcosa per goderci un semplice guacamole o un avocado toast che non danneggiano l’ambiente!

Se coltivato rispettando i suoi tempi e i suoi spazi infatti, l’avocado è una pianta robusta che ha una richiesta d’acqua paragonabile a quella del mais coltivato nel nord Italia. 

Le varietà autunnali in Italia si iniziano a raccogliere a ottobre, ma l’avocado Hass copre addirittura il periodo tra gennaio e maggio.

Se si rispetta la stagionalità della pianta, si gode di frutti sani e saporiti. Il risultato è un avocado sostenibile.

La buona notizia è che l’avocado cresce bene in Sicilia e in alcune altre regioni d’Italia, dove piccoli produttori rispettano i cicli naturali, e garantiscono frutti sicuri e di grande qualità al mercato nostrano.

Insomma: l’avocado, oltre che buono, può davvero essere bravo.

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